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Mario Velocci, il sigillo della Cultura




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Mario Velocci: un contributo di sergiogabriele

pubblicato in data 18-06-2009

Reiterare la memoria nel suo percorso ineludibile, mantenendo inalterata l’inutilità, è merito di pochi, fra questi Mario Velocci. Scolpire a fondo la maschera sognata, quella che il buon pellerossa deve portare in battaglia se vuole la vittoria, segnarla nella pesante pietra o, come fa Mario, nell’inerte peso del ferro, vuol dire anchilosare il linguaggio nel suo momento precedente, proiettare nel futuro inesistente ciò che si è voluto inesistente, per distratto volere apocrifo.

Il libro, la Cultura. Mario riparte dal graffiti vacuo sulle pareti della spelonca, quando l’uomo scriveva in roccia il libro della sua caccia all’animale perché un giorno qualcuno reinterpretasse, decriptasse il volgare messaggio di un dna ancora oggi sconosciuto, che si uccide per mangiare, per sopravvivere, e come se non bastasse a ciò si vuole dare il peso di un messaggio per le future generazioni. Peso vacuo. Mario arriva con la sua bilancia del folle a sfidare le convenzioni che hanno dato poi al chilo il valore di kilo, e al metro il valore di epilettica tautologia. Va bene, addizioniamo per arrivare sulla luna. Va bene, arriviamoci.

Il libro, il tomo, l’antonomasia del graffiti asfittico, le notti e notti degli amanuensi che videro volare in fumo la loro regola sotto le tonnellate di ordigni sull’Abbazia di Montecassino, nella lobotomica contestazione al concetto di possedimento, limite, confine, che pesava, vacuamente, sulle spalle dell’ignaro frate. Ora et ignora. Ma chi, come Mario, arriva un giorno a colare ferro fuso sul sarcofago della memoria non ha in animo affatto di castigare gli antitetici costumi del vivere umano, no, semplicemente sigilla con bulloni da 19 un volume insfogliabile, con le fantastiche copertine che lasciano intravedere, ma solo intra, i percorsi della natura che erano il solo obbligo del cosiddetto uomo, il solo vincolo del trascrittore, il silenzio.

Segno d’artista: il silenzio. E farlo con un book da cento chili, pazientemente serrando bulloni su cui io avrei apposto un leggero punto di saldatura, è semplicemente inebriante. Perché se è vero che il cavernicolo non poteva sottrarsi alla sua fregola di comunicazione, così è vero che l’Artista, nel tempo, non si è potuto sottrarre al suo compito di vaticinare, il nulla. Anche questo è un segno della memoria, semeiotica del rifiuto, un “ve l’avevo detto io che finiva a schifo”, l’arte di Cassandra, erroneamente ritenuta iettatrice funesta, semplicemente una donna che aveva il senso del futuro che, per un adire inverecondo verso gli dei, le fu riconosciuto, ma con il pegno di non essere creduta. E infatti lei predisse che nel Cavallo di Troia c’erano i Greci acquattati, ma nessuno le credette, Troia fu sconfitta e rasa al suolo, i bambini proiettati dalle mura, le donne stuprate e il Magnifico Cavallo in legno rimase come i libri di Mario Velocci, scultura fine al fine di restare intonsa.

Ma Velocci va oltre, oltre l’armatura e la pesante ieratica profezia, semplicemente sigilla la Cultura, in un gioco di specchi nel quale è difficile discernere l’inizio e la fine, un loop di circostanze che fa chiedere all’ignaro visitatore, sinottico amanuense labile, dov’è il messaggio, apparentemente custodito nella catena acciaiosa delle Arche della Santa Alleanza, in realtà annodato in un sé recondito che Freud chiamava semplicemente inconscio.

Che l’uomo abbia bisogno di qualcuno che gli ricordi l’interrogativo di dove cavolo sta andando, questo è tutto da vedere. Che l’Artista abbia bisogno di dichiararsi uomo ad ogni piè sospinto, questo è tutto da godere, con quell’ironia rupestre che fa della barba di Mario il libro più pesante, apparentemente capostipite di quella linea di monoliti in lamine tenebrose, in realtà consultabilissima pelo per pelo, ma nessuno lo vuole fare.

Perché l’uomo ama smarrirsi nelle sue inspiegabili origini, amare di più ciò che gli è negato e perdersi dietro la rosa non colta, per non ammettere che un’occasione di vita l’ha avuta, ma l’ha miseramente calpestata.

E l’Artista ci ricorda l’abominio, anzi no, chiude il messaggio in una bottiglia e la lancia nel mare delle ipotesi, saldando in un libro di ferro, il primo vero, l’ennesimo mistero, semplice come respirare.

La tentazione è di raccoglierli tutti in una libreria altrettanto robusta e inaccessibile, ma poi ci si accontenta di vederli galleggiare nello tzunami del genere umano.



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